lunedì 9 giugno 2014

Si può fare

Ascolta con webReader

l'oud e l'ulivo ph M. Ciccarese


Nei paesi del Medio Oriente, gli abitanti vivono da secoli su territori posti su laghi sotterranei di un liquido nero, denso e fluido che ha fatto la loro ricchezza dall’inizio dello scorso secolo. Erano seduti su un tesoro e non lo sapevano.


Ora, lasciando da parte per un momento guerre e sfruttamento che quel liquido ha procurato, negli ultimi tempi mi sono chiesto se per caso anche noi italiani non fossimo seduti su un tesoro e non lo sappiamo.


Non vorrei lasciare spazio a dubbi e perplessità, o peggio all’idea che noi, come gli Arabi del Medio Oriente, galleggiamo sul petrolio e quindi vai con l’idea di aprire le danze per chi vuole trasformare questa terra dolce e preziosa in una copia di quel famoso formaggio d’oltralpe con i buchi.


No, sgombro subito il campo da qualunque equivoco o ambiguità: non sto parlando di petrolio o gas metano, non sto incitando all’avvio di campagne di trivellazione per l’apertura di nuovi campi metaniferi o petroliferi nelle campagne del Salento o in una qualunque altra area del Belpaese.


No, penso a un’altra cosa: penso a qualcosa che esiste solo da noi in Italia e che può dare lavoro a miglia di persone, lavoro che non è delocalizzabile, ma il cui prodotto è esportabile, creando flussi economici di ritorno che potrebbero creare una grossa spinta al nostro PIL, nel senso della sua crescita.


Un tesoro su cui siamo seduti da secoli, che è sotto i nostri occhi da tempi immemorabili, ma forse proprio l’assuefazione a tutto questo ci ha fatto perdere il senso del valore di quello che ci circonda: la Cultura. Sì, proprio quella con la “C” maiuscola.


In quale paese c’è la stessa concentrazione di opere d’arte, pittoriche, scultorie, architettoniche, musicali, librarie, che percorrono un intervallo temporale che abbraccia più degli ultimi due millenni?


In nessun paese del Mondo.


Mi vengono in mente Pompei ed Ercolano, due città che un evento catastrofico, l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ci ha consegnato 2000 anni dopo come se il tempo non fosse mai passato, esempio reale di cosa fosse una città Romana dell’epoca.


Ora, in un paese civile, Pompei ed Ercolano sarebbero il fiore all’occhiello dell’intera Nazione. Sarebbero oggetto d’investimenti economici e cure che trasformerebbero i siti in luoghi di culto laico. Produrrebbero guadagni in milioni di Euro e darebbero da lavorare a un’intera regione, considerando anche l’indotto.


Noi invece cosa facciamo: niente, assolutamente niente.


Pompei ed Ercolano stanno crollando, pezzo dopo pezzo e quello che è stato preservato per millenni da una natura matrigna, noi lo stiamo distruggendo immolandolo sull’altare di una presunta e ingorda civiltà.


Immaginate un paese in cui vi sono musei aperti ventiquattro ore su ventiquattro, gratuiti o con costi ribassati perché sono poi i servizi all’interno, ristorazione e merchandising, a produrre il vero guadagno.


Immaginate di poter visitare con percorsi organizzati e opportunamente valorizzati le ville palladiane, del Veneto, o Pompei ed Ercolano che diventano musei a cielo aperto, dove frotte di turisti guardano a bocca aperta quello che i nostri avi sono stati in grado di fare.


Immaginate se vivessimo in un Paese in cui s’investe in cultura, dove s’incoraggia l’apertura di gallerie d’arte, di teatri, di centri per la produzione cinematografica.


L’elenco sarebbe lungo e ricco, ma d’altronde non ho la pretesa di voler assumere la veste del paladino di un ambito di cui non ho la “Cultura” per farlo.


So solo che anche noi viviamo su un tesoro, ma non lo sappiamo, o meglio facciamo di tutto per tenerlo nascosto a noi stessi.


Fare della cultura di un paese la sua ricchezza, vuol dire ragionare in termini strettamente interconnessi tra Cultura e Turismo, la Comunità Europea ha stimato in 130 miliardi di Euro gli introiti che possono derivare dal Turismo, che potrebbero tradursi in 1,3 milioni di posti di lavoro nel settore e a quelli connessi (Norme più flessibili in materia di visti per stimolare la crescita e la creazione di posti di lavoro).


Ma in fondo, cosa pretendiamo da un Paese in cui per anni ai nostri giovani è stato detto che andare a studiare, laurearsi, non serve, che è meglio imparare un mestiere.


Non dimentichiamoci mai che un Ministro della nostra Repubblica, disse, non molto tempo fa, che con la cultura non si mangia.


Vincendo la rabbia che ancora quelle parole suscitano, sarebbe il caso di cominciare a pensare in maniera diversa, per tentare di risolvere gli errori di un recente passato.


Un pensare in cui l’immaginazione è al potere, che crei a un processo di modernizzazione di musei e siti culturali, la promozione del territorio, attraverso rassegne locali nazionali e internazionali, che renda a tutti accessibili tali iniziative. Un pensare il cui scopo è di far crescere un territorio e le persone che lo abitano evitando gli squilibri economici che ci hanno portato alle attuali condizioni.


Per farlo però abbiamo bisogno di abbracciare un’idea che non è proprio nuova, ma guardandoci attorno sembra rivoluzionaria: si può fare.


 



Si può fare

sabato 7 giugno 2014

Inviso al Mondo

Ascolta con webReader

ecologia1Un senso di vuoto prende allo stomaco quando si presenta ai nostri occhi, lo spettacolo indecente dello sfruttamento delle risorse senza alcun rispetto per l’equilibrio di questo globo terracqueo e dello sviluppo di coloro che si ritrovano ad abitarlo.


Prostrati, impotenti, frustrati, arrabbiati. Una ridda di emozioni prende possesso del nostro Io, ma durante questa battaglia, giocata sul filo di sensazioni arcaiche, una domanda s’insinua nella nostra mente, scivolando silenziosa nell’ordalia di pensieri cui spesso non riusciamo a dare voce: Ma quanto siamo responsabili di tutto questo? Quanto possiamo proclamarci veramente innocenti? Quanto possiamo dire: non è colpa nostra?


Se siamo veramente onesti con noi stessi, forse non possiamo dire: io non c’entro con tutto questo, non è colpa mia.


Tutti siamo responsabili, ognuno di noi ha la sua piccola parte di colpa.


Ha colpa quando non pensa a cosa stia acquistando, quando non si preoccupa di stabilire da dove viene e pensa solo al basso prezzo indicato sull’etichetta.


Ha colpa quando non si chiede se il carrello della spesa al supermercato è pieno di cose che mangerà e utilizzerà o se invece buona parte di tutto quel ben di Dio finirà invece nel cestino dei rifiuti dopo essere stato dimenticato nel frigorifero.


Ha colpa quando non si chiede se tenere accesa una lampadina per illuminare una stanza in cui non ci sarà nessuno sia veramente utile.


Ha colpa quando nonostante abbia un armadio pieno di vestiti, alcuni (o molti) dei quali non sono mai stati indossati, continua ad acquistare abiti.


Ha colpa quando non si preoccupa di differenziare i rifiuti perché: “Tanto poi non lo fa nessuno”.


Ha colpa quando non si preoccupa se l’albergo o la casa con ”splendida vista mare” in cui sta passando le sue vacanze sia stata costruita rispettando i vincoli paesaggistici o sia stata invece il risultato postumo di un condono o dell’elargizione di olianti e occulte quote di bilancio.


Questa è solo una piccolissima parte dell’elenco di colpe e responsabilità dalle quali ciascuno di noi, non può sottrarsi.


Cercare di sforzarsi di assumersele e tentare di comportarsi di conseguenza potrebbe forse farci vivere in un mondo migliore, ma quanti invece si troverebbero di fronte all’atroce dilemma: Lo faccio o no? Se lo faccio, sarò inviso al Mondo?


Forse, almeno a quel Mondo costruito su cumuli di rettangoli di carta colorati, con sopra stampati numeri a diverse cifre, ma lo sforzo per creare un mondo migliore non ha prezzo e non può esserci un mondo migliore senza l’impegno congiunto di tutti,. Ognuno nel proprio piccolo, nella propria fetta del vivere quotidiono.



Inviso al Mondo

venerdì 6 giugno 2014

Il fiore vermiglio

Ascolta con webReader

ph di Mimmo Ciccarese ph di Mimmo Ciccarese


Quando a giugno il melograno si risveglia, i fiori delle sue corolle spiegazzate sfolgorano di vermiglio e i vigorosi stami dalle antere gialle si addensano a centinaia appiccicandosi al loro calice carnoso e stellato. Un fiore esplosivo, quasi atomico, si alza tra le foglie e riferisce al suo stesso ovario le sue buone intenzioni.


Nel loro significato, questi fiori, comunicano un disegno nuziale, un amore ardente come le fiaccole delle loro corone di petali, un desiderio che diventerà capriccioso come il loro generoso frutto.


In un passato mediterraneo si racconta che nei pressi di un varco di una misteriosa caverna marina, due alberi di melograno incrociassero i rami per impedire a un sabba di nere megere di uscir fuori nei pleniluni di giugno e che le aperture del loro gineceo coincidessero proprio con la loro richiesta d’aiuto a pescatori e passanti.

Una tentazione che ci esonera dal raccoglierli per evitare di liberare una danza che farebbe tremare la terra sotto i nostri piedi. Un fiore da non cogliere quindi affinchè sia garantita l’abbondanza dei suoi frutti.


Ci contentiamo per adesso di godere della loro apertura fisiologica sperando che oltre il giardino di Samudaya si possa scoprire un altro fiore come quello del melograno da raccontare.



Il fiore vermiglio

giovedì 5 giugno 2014

Albicocca: il frutto dorato di Giugno

Ascolta con webReader


ph di M.Ciccarese ph di M.Ciccarese


Il nome parte dagli antichi romani per precisare la sua precocità di maturazione, passa attraverso greci e persiani per essere identificata tra le terre italiche come albicocca (Prunus armeniaca) e in particolare per i napoletani crissommuolo, per i sardi barracoccu, per i siciliani pricocu o varcocu.


I salentini indicano questo frutto glabro e lucido, parente di ciliegie e prugne, con il nome di spergia o piricocca, mentre il nome abbastanza simile di mbrichecu lo riservano all’albero del pesco.

Quei residenti dell’Adriatico, più vicini ai miti greci, possono narrare di quell’albicocca dorata che Paride offrì alla dea Afrodite, un pomo che scatenò l’implacabile gelosia Atena, l’ira che costò la distruzione di Troia e un grande esodo di profughi.


Il pomo dorato avrebbe rappresentato il simbolo della sfera terrestre, un segno di potere per re e imperatori romani, da posare all’apice dei loro scettri, molto prima quindi delle dimostrazioni pratiche conseguite nel cinquecento con l’esperienza dei viaggiatori. Sarà questo il motivo per cui l’offerta della prima albicocca rappresenta per i salentini un simbolo di augurio per viaggiare e scoprire nuove terre?


In realtà, prima di accomodarsi nel nostro habitat, l’albero dell’albicocca pare che abbia iniziato il suo viaggio partendo dalla lontana Cina dopo aver attraversato l’Armenia. Ci potrebbe essere lo zampino di qualche grande imperatore appassionato di agronomia per valorizzare questa pianta, anche se ignoti arabi probabilmente ci avevano già pensato impiegandola in medicina.


Arabi o non arabi, la nostra albicocca già ci rifulge al sole di giugno e s’inoltra fino alla seconda decade di agosto a sporgersi come un frutto di pregio ricco di virtù vitaminiche da gustare sotto forma essiccata, sciroppata o fresca come meglio le preferiamo.



Albicocca: il frutto dorato di Giugno

Le Stanze dello Scirocco

Ascolta con webReader

ph tratta da www.panoramio.it ph tratta da www.panoramio.it


Eolo nell’antica Grecia impersonava la divinità dei venti. Fu proprio il padre degli dei, Zeus, a dargli il compito di dominarli ed Eolo assolse il compito con gran cura, custodendoli dentro un otre accuratamente conservato a Lipari, una delle isole Eolie (queste erano la dimora di Eolo, da cui il nome).


Il mito racconta che tra i venti custoditi ve ne fossero quattro che erano fratelli – i quattro venti principali – e i loro nomi erano: Borea, deciso e violento, vento del Nord, Zefiro che precede la stagione calda, vento dell’Ovest, Euro che annuncia il bel tempo, vento dell’Est, e infine Austro, vento del Sud molto caldo.


È proprio su questo vento che concentreremo la nostra attenzione. Come sappiamo durante la stagione calda si susseguono giornate in cui la calura dello Scirocco non dà tregua, a queste latitudini è spesso impossibile anche riuscire a riposare la notte.


Fu proprio durante una di queste notti arroventate che mi misi a sfogliare prima, e a leggere poi, un libro di architettura minore, la mia attenzione fu catturata da un paragrafo dal titolo “le stanze dello scirocco”.


Il caldo c’era, la curiosità pure, il sonno era passato e mi chiesi: ma cosa saranno mai queste “stanze dello scirocco”? Decisi di documentarmi.


Questo tipo di costruzioni – perché di questo si tratta – erano tipiche della Sicilia e la loro origine si deve alla cultura araba che da sempre ha avuto relazioni con quest’isola.


La loro funzione era principalmente di recare frescura e sollievo durante le ore più calde del giorno, vista questa loro caratteristica, alcuni ambienti di dimensioni più piccole furono destinati per conservare gli alimenti; la presenza di tale pratica era comune anche qui nel salento con le neviere.


In Sicilia come in buona parte dell’Italia meridionale, l’elevate temperature all’interno degli edifici rendono l’aria stagnante e insopportabile, al fine di migliorare il loro microclima si rende necessaria un’adeguata ventilazione che eviti la formazione di sacche d’aria calda.


La ventilazione, se accompagnata dalla presenza d’acqua, è fondamentale per il raggiungimento del benessere termico in un ambiente.


Torniamo alle “stanze dello scirocco”; il sistema era semplice ed efficiente. Queste erano scavate nel tufo sotto le abitazioni oppure erano predisposte durante la loro costruzione. In genere questo tipo di realizzazioni erano presenti nei palazzi nobiliari. Si accedeva per mezzo di una rampa di scale ed erano suddivise in più ambienti. La parte principale era collocata al centro ed era impostata in modo da accogliere comodamente gli ospiti, dando la possibilità di sedersi su delle panche in pietra opportunamente disposte intorno ad una vasca in cui era presente dell’acqua sorgiva.


Le pareti erano dotate di feritoie che si aprivano su di un’intercapedine, ed erano poste in modo da garantire i necessari ricambi d’aria – questo tipo di costruzioni – collocate in ipogeo – il che già garantiva un certo isolamento – erano attraversate da cunicoli di fabbricazione medievale ereditati dagli arabi e chiamati “Qanat”, scavati nella roccia, al disopra dei quali erano presenti delle aperture che avevano la funzione di tiraggio dell’aria calda, contribuendo così a una maggiore percezione del fresco.


L’acqua come prima accennato, era fondamentale perché garantiva attraverso la sua evaporazione, una refrigerazione naturale dell’ambiente; oltre alla presenza della vasca centrale vi era una serie di piccoli canali con dei corsi d’acqua che seguivano il perimetro della stanza che si riversavano in piccole cascate, queste assicuravano un effetto gradevole alla vista degli ospiti ma in realtà contribuivano a far abbassare ulteriormente la temperatura presente.


La presenza dell’acqua era fondamentale, infatti, se le fonti erano lontane, si era costretti a costruire una serie di condotte dotate di una leggera pendenza che si ramificavano sia nel pavimento sia lungo il perimetro della stanza.


In alcuni casi dove la progettazione era maggiormente accurata, le scale d’accesso erano dotate di un passamano cavo nel quale scorreva un rivolo d’acqua che forniva al palmo dell’avventore una sensazione di freschezza che lo accompagnava sino all’ingresso della stanza.


Le “camere dello scirocco”, con la loro semplicità strutturale, riuscivano ad allietare le ore in cui il vento caldo dello scirocco era maggiormente percepibile e forniscono con la loro presenza, un’altra testimonianza di come la cultura araba sia stata capace di amalgamarsi con quella occidentale, questo processo restituisce alla terra siciliana la funzione di ponte tra due culture e due mondi che solo il mediterraneo con la sua storia ha sapientemente tutelato.



Le Stanze dello Scirocco

mercoledì 4 giugno 2014

Grano Saraceno e Grano Cappelli: trovate le differenze!

Ascolta con webReader

ph di M.Ciccarese ph di M.Ciccarese


Che cosa hanno in comune le piante del grano Saraceno (Polygonum Fagopyrum Sagittatum) con quella del grano Cappelli (Triticum L)?

Botanicamente sono assolutamente diverse. La prima è una dicotiledone che appartiene alla famiglia della poligonacee e la seconda è una monocotiledone che spetta alla famiglia delle Poaceae. Sono piante, quindi, con caratteri genetici palesemente dissimili che condividono solo la definizione merceologica e quegli impieghi alimentari che stimolano gruppi di veri appassionati a tutelarne e preservarne la giusta origine.


Il grano saraceno è chiamato così, probabilmente perché la sua importazione coincide con l’invasione ottomana nel centro Europa durante il medioevo; in Italia, forse per opera dei mercanti veneziani all’epoca delle repubbliche marinare. Per molti è stato introdotto nell’Europa settentrionale dalle popolazioni russe attraverso le steppe mongole e le pianure siberiane. Sarebbe quindi in poche parole un “clandestino” ben apprezzato sulle nostre tavole, di discutibile origine mediterranea.


Eppure la scura farina del grano Saraceno, molto utilizzata nel nord dell’Italia, potrebbe andare bene a braccetto con quella bianca del grano Cappelli, una cultivar quest’ultima, tipicamente meridionale e duramente pugliese, già dal 1915 quando il suo creatore la volle dedicare a un senatore del regno post borbonico.


In realtà il Cappelli è una selezione ottenuta dal caloroso abbraccio genomico con un grano proveniente dal nord dell’Africa e diffusasi anche in Sardegna e Lucania a costituire poi il patrimonio genetico di molte varietà coltivate nel resto d’Italia.


Alcuni cibi, quindi, deriverebbero anche da una mescla di prodotti che in fondo sarebbero già stati utilizzati da altre culture lontane dall’Europa se non proprio universali? Con queste definizioni, quando è veramente il caso di definire l’origine di un prodotto propriamente italiano?



Grano Saraceno e Grano Cappelli: trovate le differenze!

Grano Saraceno e Grano Cappelli: trovate le differenze!

Ascolta con webReader

ph di M.Ciccarese ph di M.Ciccarese


Che cosa hanno in comune le piante del grano Saraceno (Polygonum Fagopyrum Sagittatum) con quella del grano Cappelli (Triticum L)?

Botanicamente sono assolutamente diverse. La prima è una dicotiledone che appartiene alla famiglia della poligonacee e la seconda è una monocotiledone che spetta alla famiglia delle Poaceae. Sono piante, quindi, con caratteri genetici palesemente dissimili che condividono solo la definizione merceologica e quegli impieghi alimentari che stimolano gruppi di veri appassionati a tutelarne e preservarne la giusta origine.


Il grano saraceno è chiamato così, probabilmente perché la sua importazione coincide con l’invasione ottomana nel centro Europa durante il medioevo; in Italia, forse per opera dei mercanti veneziani all’epoca delle repubbliche marinare. Per molti è stato introdotto nell’Europa settentrionale dalle popolazioni russe attraverso le steppe mongole e le pianure siberiane. Sarebbe quindi in poche parole un “clandestino” ben apprezzato sulle nostre tavole, di discutibile origine mediterranea.


Eppure la scura farina del grano Saraceno, molto utilizzata nel nord dell’Italia, potrebbe andare bene a braccetto con quella bianca del grano Cappelli, una cultivar quest’ultima, tipicamente meridionale e duramente pugliese, già dal 1915 quando il suo creatore la volle dedicare a un senatore del regno post borbonico.


In realtà il Cappelli è una selezione ottenuta dal caloroso abbraccio genomico con un grano proveniente dal nord dell’Africa e diffusasi anche in Sardegna e Lucania e costituire poi il patrimonio genetico di molte varietà coltivate nel resto d’Italia.


Alcuni cibi, quindi, deriverebbero anche da una mescla di prodotti che in fondo sarebbero già state utilizzate da altre culture lontane dall’Europa se non proprio universali? Con queste definizioni, quando è veramente il caso di definire l’origine di un prodotto propriamente italiano?



Grano Saraceno e Grano Cappelli: trovate le differenze!