lunedì 23 giugno 2014

Sotto il segno dell’Ulivo

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ulivo e la mezzaluna 6 (1)Secondo lo zodiaco celtico chi nasce durante i chiaroscuri dell’equinozio d’autunno, si ritrova sotto la protezione del segno dell’albero d’ulivo ed entra nel mondo brillante della forza passionale e della pace


Gli uomini ulivo richiedono amore, sincerità e giustizia affinché possano rispondere alla loro indole inflessibile, dimessa e dubbiosa che li rendono spesso indecisi, a volte volubili e istintivi o vulnerabili e impacciati quando devono esprimere un opinione.


Come l’albero che è circondato dai suoi simili, l’uomo ulivo ama la compagnia e la solidarietà, dispone una buona volontà di socializzare con smisurato altruismo e buona capacità nell’ascoltare gli amici.


Sotto il suo segno, simbolo di vittoria, come fu per la dea Athena su Poseidone, l’evoluzione del suo protetto, si orienta verso un’equilibrio interiore e la perfezione, in un continuo dondolio di stati d’animo che lo caratterizzano.


L’apparente scarso entusiasmo amoroso che rende discreto e riservato l’uomo ulivo nasconde in realtà una certosina ricerca del proprio sentimento che lo conduce a esaminarsi per ogni particolare prima di compiere una scelta importante.


L’uomo ulivo scruta scrupolosamente ogni azione intrapresa dell’impegno lavorativo, dove scopre slancio e affermazione specialmente quando trova il sostegno di colleghi con i suoi segni affini che sono l’olmo e il cipresso.


 



Sotto il segno dell’Ulivo

L'albicocca

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albicoccaIl nome parte dagli antichi romani per precisare la sua precocità di maturazione, passa attraverso greci e persiani per essere identificata tra le terre italiche come albicocca (Prunus armeniaca) e in particolare per i napoletani crissommuolo, per i sardi barracoccu, per i siciliani pricocu o varcocu.


I salentini indicano questo frutto glabro e lucido, parente di ciliegie e prugne, con il nome di spergia o piricocca, mentre il nome abbastanza simile di mbrichecu lo riservano all’albero del pesco.


Quei residenti dell’Adriatico, più vicini ai miti greci, possono narrare di quell’albicocca dorata che Paride offrì alla dea Afrodite, un pomo che scatenò l’implacabile gelosia Atena, l’ira che costò la distruzione di Troia e un grande esodo di profughi.


Il pomo dorato avrebbe rappresentato il simbolo della sfera terrestre, un segno di potere per re e imperatori romani, da posare all’apice dei loro scettri, molto prima quindi delle dimostrazioni pratiche conseguite nel cinquecento con l’esperienza dei viaggiatori. Sarà questo il motivo per cui l’offerta della prima albicocca rappresenta per i salentini un simbolo di augurio per viaggiare e scoprire nuove terre?


In realtà, prima di accomodarsi nel nostro habitat, l’albero dell’albicocca pare che abbia iniziato il suo viaggio partendo dalla lontana Cina dopo aver attraversato l’Armenia. Ci potrebbe essere lo zampino di qualche grande imperatore appassionato di agronomia per valorizzare questa pianta, anche se ignoti arabi probabilmente ci avevano già pensato impiegandola in medicina.


Arabi o non arabi, la nostra albicocca già ci rifulge al sole di giugno e s’inoltra fino alla seconda decade di agosto a sporgersi come un frutto di pregio ricco di virtù vitaminiche da gustare sotto forma essiccata, sciroppata o fresca come meglio le preferiamo.



L'albicocca

Il pero di San Giovanni

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pera di San GiovanniIl vigoroso pero di San Giovanni è una varietà antica e precoce molto diffusa nel sud del Mediterraneo. I loro pomi maturano subito poco dopo le albicocche e i fioroni e si raccolgono proprio a fine giugno, i giorni della ricorrenza di San Giovanni.


Non si può dire che il suo aspetto abbia meno classe rispetto alle altre varietà di pere, con la sua piccola sagoma ovale, slanciata e cuoriforme, una scorza ocra e opalescente alla maturazione che lascia intendere al gusto una polpa davvero dolce e aromatica.


La produzione è relativa allo stadio di decadenza della pianta. Una produzione che tende a ridursi anno dopo anno con la vetustà dei suoi tronchi ma, quando la fioritura tiene bene, l’albero ti assicura panieri colmi di frutti, di quelli che è difficile trovare nei supermercati.


Quasi come nella storia di Pinocchio, un racconto salentino narra di un abile mezzadro e scalpellino che avrebbe sradicato un ormai non più produttivo albero di pero. Il legno dell’albero sarebbe servito per scolpire la statua di San Giovanni Battista per la chiesa del suo paese con l’intento di richiedergli una grazia per una vita più agiata e priva di stenti. Quando il giorno della ricorrenza del Santo non ebbe neanche l’ombra di una minima, grazia, il povero contadino lasciò la chiesa bofonchiando alla statua: eri piru e pire nu nde facivi, mo ca si santu mancu grazie faci.


Un proverbio dalle mie parti recita: pane e pere cibo da cavaliere, ci si riferisce proprio alla pera di San Giovanni, per ribadire la generosità e le nobili virtù di questo frutto raro. Come tutte le varietà che Samudaya descrive, tra il suo ricco giardino estivo non potevano mancare le care amate pere.



Il pero di San Giovanni

domenica 22 giugno 2014

Capperi! Che bel fiore…..

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Ph M. Ciccarese Ph M. Ciccarese


Quando si manifesta il fiore bianco e rosa del cappero, si esprime meraviglia con il suo stesso etimo. Il suo nome pare derivasse dal greco kapparis, dalla radice che si avvicina a quello con cui si designa la brulla isola di Cipro dove la pianta è molto diffusa.


Con qualche baratto di vocale il curioso appellativo potrebbe derivare dalla pronuncia orientale persiana di Al-Qabar che si riversa in Europa attraverso gli spagnoli che lo chiamano alcaparra, con i francesi che invece lo chiamano caprier e con i sicilianie salentini con quello di chiapparo.


Il vello e le protuberanze dei frutti della pianta rasentano l’idea che anche il nome della capra comune derivi dalla stessa radice. Le cosiddette protuberanze altro non sono che i filamenti staminali divaricati della magnifica e inaspettata comparsa fiorile e l’eufemismo del titolo si potrebbe tranquillamente giustificare con la colorita espressione.


Il cappero o capparis spinosa, appartiene alla famiglia delle capparidace, cresce spontaneo tra i climi di pianura a quelli montani nell’area mediterranea; ha un energia germinativa che si riscontra tra le fessure dei muri più esposti al sole, su ruderi e castelli, quando è condotto da gechi e colombi. Il frutto è una bacca carnosa che quando è matura si apre e palesa una miriade di semi immersi nel suo nucleo polposo rosa.


Quando i boccioli del fiore, detti cucunci, sono ancora chiusi e verdi si raccolgono, è il momento in cui si raduna  la veemente capparutina, un flavonoide che deve essere deamarizzato in salamoia, posto sotto sale marino per quasi due settimane prima del consumo.


Il certosino e solerte rastrellamento della pianta avviene, a mani nude, tagliando con l’unghia del pollice il tenero caule, in prossimità dei nostri cucunci, preferibilmente nei tardi pomeriggi estivi quando l’aria si raffresca e la pianta si predispone a questo rituale.


Di ottimo valore è il cappero dell’isola di Pantelleria, un prodotto regolamentato dai disciplinari ministeriali di produzione tipica e dalle tradizioni alimentari del suo luogo che aggiunto alla leggendaria insalata pantesca ne fanno un piatto dalle sorprendenti virtù.


Insalata Pantesca (dose per single)


Un piatto dolce, vivace e veloce che si trama almeno mezza giornata prima ammollando nell’olio extravergine di oliva i fatidici capperetti di Pantelleria dopo averli dissalati e sbriciolati.  Il tempestivo strizzamento del cappero è un intervento che richiede doti raffinate da chef, una certa manualità che deve onorare impercettibili regole. Si allessa la patata, così com’è, in una soluzione di acqua e sale, si sbuccia e si affetta. Subito dopo si taglia una cipolla, possibilmente di Tropea, a rosette sottili e il pomodoro di  Pachino a bulbilli, si scolano le olive nere denocciolate e i capperi, si mescola e si insaporisce con olio extra vergine d’oliva, con un presa di origano, qualche tenera fogliolina di basilico e un pizzico di sale e pepe.


 



Capperi! Che bel fiore…..

sabato 21 giugno 2014

Il Giglio

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giglioLilium è il nome latino che lo classifica tra le schede dei botanici; il suo nome potrebbe avere radici persiane e sta ad indicare la delicatezza e i riverberi dei suoi tepali, molti lo indicano come fiordaliso (vedi nota sotto).


Il re dei Franchi, Clodoveo, in seguito alla vittoria a scapito dei Visigoti, sostituì sul suo scudo il simbolo della mezzaluna con quello del fiore del giglio. Il fiore, in realtà, eredita un significato che si perde nella storia dei tempi di molte sovranità egiziane o assire.


Ogni giglio ha il colore di un linguaggio o il significato di un mutamento:  da quello bianco che esprime purezza, candore o innocenza a quello giallo che si associa alla nobiltà d’animo, da quello rosso della passione e dell’amore proibito a quello rosa della vanità.


Ci sono troppe storie e leggende intorno ai suoi tre petali che sbocciano intorno agli aspetti mistici e divini di molte religioni dall’antichità ad oggi.


La ninfa Persefone figlia di Atena fu rapita da Ade mentre era distratta a cogliere i gigli dal suo giardino e addirittura Venere si sarebbe inebriata spesso con l’odore speziato dei suoi petali eretti.


Un fiore eccelso, raffinato e glorioso come vuole la tradizione ebraica e cristiana, bandiera di Sant’Antonio da Padova e dell’Arcangelo Gabriele, ma anche della procreazione, della prosperità, della fede coniugale e del rito nuziale con gli antichi greci e romani.


Con la passiflora è simbolo della Pasqua e della Passione perché una leggenda narra che questi fiori si sarebbero sublimati sotto la Croce con le gocce del sudore di Cristo e sarebbero stati anche la coltre di fiori sotto gli ulivi del giardino del Getzemani. In ogni caso un bel mazzo di gigli è un bel dono da fare nel periodo pasquale.


Questa breve nota la dedico agli amici appassionati e studiosi di botanica che giustamente classificano il fiordaliso (Centaurea cyanus) alla famiglia delle Asteracee. Il termine sopraindicato si riferisce sommariamente al carattere storico riferito al modo con cui i francesi indicavano il giglio come “Fleurdelys” fiore dedicato ad uno dei loro re ( Flor de Loyis). 


 



Il Giglio

il pasticciotto

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pasticciotto lecceseLu pasticciottu leccese: unu pe tutti, nu tutti pe unu” 


Il pasticciotto salentino è dolce come la sua terra di produzione. Nel Salento questo dolce dal nome paffuto, lo trovi ovunque, senti il profumo della sua pasta frolla cotta tra le vie del barocco di Lecce affollate di forni e non puoi fare a meno di fermarti un istante ed assaggiarlo.


Un origine che risale forse ai principi del Settecento, figlio del barocco, dal tempo del Regno delle Due Sicilie di Carlo III che già qualcuno descriveva come una piccola barchetta bombata e ripiena di crema pasticcera, lucida e ambrata d’albume d’uovo in grado di spingersi fino alle 400 chilocalorie.


Il pasticciotto si consuma con serafica calma, quando è più o meno caldo, poco dopo l’alba, possibilmente nel centro storico di Lecce, prima che si rianimi , quando ancora il silenzio amplifica la sua percezione.


Ne esistono varianti quasi “pirotecniche”, da quella con insaccato di crema mista e confettura per i più giovani a quella al cioccolato per gli Stati Uniti, da quella secca e nostalgica del fruttone alla marmellata nera d’uva Malvasia a quella con scaglie di fichi secchi, mandorle tostate e di canditi d’arancia.


Con questo tipo di colazione i leccesi ribadiscono il loro forte legame con la tradizione e lo portano orgogliosamente fuori dalle loro stive in ogni angolo del mondo, ne fanno un vera e propria icona con il simpatico motto che lo accompagna.


Questo capolavoro di dolce è presente nell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali proclamato dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (ai sensi dell’art. 8 del D.Lgs. 30 aprile 1998, n. 173).



il pasticciotto

Non abbattete quei pini sacri

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ph M.Ciccarese ph M.Ciccarese


Perché c’è sempre un’adorabile ninfa dietro la nascita di un albero? Molti alberi prendono il nome da una trasfigurazione, una leggenda, ricca di simboli e contenuti. Il pino domestico ad esempio, ha il fascino e la carica simbolica della ninfa Piti che gli rende il titolo.


È un albero sacro alla dea della fecondità, consacrato con i ludi romani durante l’equinozio di marzo, dedicate a Cibele e al suo amore frigio Attis. In loro onore si sacrificava un solo pino, si cingevano con cura le ferite dei suoi tagli e si festeggiava con flauti e petali di viola presso la pietra nera sul colle Palatino di Roma accanto alla casa del fondatore Romolo. La festa dell’arbor intrat era per i romani un culto che li univa agli etruschi, oltre che a quelli greci, e quello dei popoli celtici che dedicavano al dio Pan e a Odino una vera riverenza verso l’albero di pino.


Nell’oriente, il longevo albero di pino, rappresenta l’immortalità; tra altri popoli i suoi aghi e la sua resina avevano il potere di allontanare gli spiriti più infami e respingere gli anatemi, mentre le sue radici avevano facoltà di avviluppare e difendere le fondamenta dei templi più riveriti. La forma del suo frutto la ritroviamo accanto alla nobiltà dei templi dedicati alla rinascita e alla clemenza.


Nell’era moderna, spesso, non si è per nulla clementi con questi alberi, l’abbattimento delle alberature di pino, in paesaggi urbani, per assicurare l’incolumità pubblica o per altri reconditi motivi, è all’ordine del giorno e si preferisce meglio demolire che seminare.


Il messaggio è uno stimolo a riflettere bene prima di eseguire scelte irrazionali perché i pini, oltre che un bene comune, sono esseri luminosi come la coraggiosa ninfa che li protegge.



Non abbattete quei pini sacri