sabato 21 giugno 2014

Il Mustazzolo: un dolce tipico salentino

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mustazzoliAl seguito del gonfalone e della banda, si reclinano le sponde degli unici motocarri autorizzati ad esporre nel bel mezzo della festa di paese e si apre ai viandanti la sospirata offerta dei mustazzoli.


Il mustazzolo ha il colore della terra e l’odore del mediteraneo; è una dolce meteora che luccica sotto archi di luminarie colorate l’intensità della sua glassa di cioccolato.


Un cuore di biscotto da sgretolare con la robustezza di una grappa al negro amaro, con l’agrodolce di un vin cotto o con la morbidezza di uno sciroppo di carrube.


Quando distacchi il mustazzolo dalla sua farcitura ne strappi sempre un piccolo corpo dell’altro vicino poi, a morsi, gli arrotondi la sua farcitura, ne ridefinisci la sagoma e cerchi di scoprirne al palato la sua esclusiva esplosione di essenze.


Sono pizzichi di spezie, a seconda della sua versione, dall’anice alla cannella, dal decotto di fichi al miele o al mosto d’uva agli agrumi, da una manciata di granella di mandorle a quella di nocciole.


La sua ricetta, decisamente “barocca”, si trasmette da secoli, forse dal 1500, nel  regno delle due Sicilie, e si identifica con nomi diversi a seconda della sua sorgente.


Pare che il nome fosse una deriva dal mustaceum, una sorta di focaccia nuziale cotta proprio con gli aromi delle foglie d’alloro e offerta agli ospiti prima di una partenza. La sua genesi, giunge, con gli arabi esperti nell’escludere il processo della lievitazione nella lavorazione del pane ma il segreto della sua bontà occorre chiederlo forse all’antica arte pasticcera Pugliese.



Il Mustazzolo: un dolce tipico salentino

La Calla per una Bellezza

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ph M.Ciccarese ph M.Ciccarese


Il nome di questa pianta è tutto un programma, deriva dal greco Kalos per indicarne la bellezza del suo fiore. In effetti, un’aiuola di calle come quelle riprese dall’obiettivo restituiscono con merito l’aggettivo del suo nome.


Se si descrive la pianta, botanicamente, ci si perde facilmente tra le sillabe della sua descrizione davvero singolare. Tanto per cominciare il nome botanico è Zantedeschia aethiopica, un vegetale originario del Sudafrica perenne e sempreverde della famiglia delle Araceae. Le sue infiorescenze di primavera sono solitarie e bianche composte da una spata, brattea imbutiforme e da uno spadice eretto di color giallo.


Un “fiorefoglia” quindi senza dubbio elegante e raffinato che si può donare a qualcuno di cui si ha vera stima. È anche un simbolo di amicizia, d’innocenza, di purezza, di candore o di apprezzamento per una donna proprio bella.


Si riscontra spesso nei matrimoni dal tempo degli antichi greci che celebravano il fiore alla dea Hera cui si attribuisce la nascita di questo fiore. Un fiore che rappresenta la Via Lattea nel firmamento celeste e le lacrime di Eva dopo la separazione da Adamo. I significati per questo fiore si perdono tra le religioni, le tradizioni popolari, l’arte e la poesia.



La Calla per una Bellezza

Intervista a Mimmo Ciccarese

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mimmociccaresePartiamo da te. Chi è Mimmo Ciccarese?


Mi piacerebbe partire con le presentazioni come se fossero l’inizio di un nuovo racconto. Potrei scaraventare le slide che riproducono i miei volti rugosi poco al disotto del limite della seconda maturità ma ve lo risparmio e mi limito a poche parole per descrivermi. Sono nato in Puglia, anzi nel Salento, dove penso di abitare un valore preparato alla pazienza, al sentimento e all’emozione. Credo di possedere una robusta struttura da sognatore che potrebbe essere l’opposto dell’indifferente. Quando possibile pianifico i miei propositi senza troppe pretese o illusioni. Ho pochi vizi da controllare, forse per me ci vorrebbe una sana rinascita e un nuovo esemplare da imitare per strafare con le cattive abitudini. Quando smetto i miei indumenti da tecnico agrario, predisposto alla qualità naturale dei prodotti e non c’è più da lavorare mi concedo l’opportunità di scrivere qualcosa.


Sei anche musicista e blogger, come porti avanti queste attività?


In realtà sarei quello che i salentini definiscono un “sunaturu” più che un musicista perché non sono in grado di comporre; in altre parole, un musicante con l’orecchio da zingaro con il ritmo binario della taranta o con l’anima del rock & blues .  Ho qualche strumento a corda riposto tra il disordine e il rigore dei miei abiti da lavoro. Recentemente ho scoperto un nesso tra la quarta corda del mio oud arabo e la malinconia, la sua vibrazione è quel tono invernale che giunge come un crepuscolo tra un uliveto. La musica dell’oud ha quattro corde, una per ogni umore, per ogni qualità elementare, per ogni stagione del tempo e della vita, la quinta nota si associa alla luna. L’ora in cui m’immergo nell’autorità lunare mi diverto a sfogliare i feedback e i commenti del webblog cercando di rispondere con qualcosa che desti curiosità e interesse postando “cartoline dalla terra”. Il blog con cui collaboro si chiama Samudaya, devo dire che riceve buoni riscontri, specialmente negli States. Inoltre scrivo per la salvaguardia degli ulivi secolari, per l’ambiente e l’alimentazione.


Da dove nasce l’idea di questo libro?


Il libro nasce quando con l’editore abbiamo cominciato a riflettere sulla possibilità di pubblicare un ebook, che fosse anche un anche ipertesto con la possibilità di essere utilizzato non solo come un romanzo, ma anche come una guida turistica e come veicolo di una cultura. L’idea innovativa è stata quella di creare un prodotto multimediale che fosse in qualche modo un’esperienza multisensoriale.


Il libro sembra il racconto di un viaggio. Era quello che volevi ottenere?


Ho sempre considerato che il fascino di un viaggio risiedesse molto nel racconto che lo accompagna. È molto facile smarrirsi nella nostra storia e questo racconto vuole essere considerato anche come un’indicazione culturale ed emozionale per ritrovarsi suoi luoghi.


Il protagonista del libro è il Salento, visto quasi con gli occhi di un bambino che osserva rapito e affascinato quello che incontra e accade attorno a lui. E’ anche il tuo modo di vedere?


Nell’Ulivo e la Mezzaluna, il Salento diviene un teatro naturale, dove il gioco dei percorsi interattivi diventa gradevole per chiunque sia predisposto alla comprensione di un luogo; il libro può servire per qualsiasi sguardo indipendentemente dalla sua età o indole sociale. Questo gentile rapimento è perciò una condensa di tradizioni, residenze d’eroi e miti utili per uno studio elementare o semplicemente per una lettura di un meritato svago oltre l’andirivieni dell’essere urbano. Con questo racconto, visione ed evasione sono l’unità o l’incontro con il mio pensiero abituale; ho voluto consolidare questa relazione tramite questo breve ma intenso diario scegliendo soluzioni tra quelle dimore energetiche in grado di restituire i sentimenti e i gusti genuini, le diverse culture salentine, il loro vissuto e i valori di una comunità.


Sei salentino, che significato ha per te questa essere nati e vivere in questa terra?


Il Salento è la mia espressione oltre che il torace su cui batte il mio cuore. Il Salento è una latitudine distesa tra oriente e occidente dalla forza dei suoi infiniti orizzonti marini. La mia terra ha perciò il fascino di almeno due culture unite in un solo corpo e rivolto in due direzioni opposte; dai rilievi calabresi che sentiamo dallo Ionio, oltre al turbinio delle correnti ci giunge anche l’energia dell’alito caldo del deserto arabo o di quello speziato dei balcani. I salentini sono l’essenza di una civiltà annessa al mare e alla terra nello stesso istante un equilibrio di colori per uno straordinario e vivo carattere. Nella mia terra continuo a spogliare troppe figure nel mio genoma, certamente quelle di tanti popoli incrociati che pare amplificassero la mia genesi tutte le volte che osservo le loro tonalità svestirsi ai riverberi del sole.


Nella trama del libro la storia, il passato, entrano ed escono in un collegamento costante tra ciò che è e ciò che è stato. Perché hai scelto di descrivere tutto con questa chiave?


Il tessuto del racconto è proprio quel lento movimento che tiene insieme l’origine dei suoi residenti e l’energia di una terra con tutte quelle meravigliose eredità da tutelare. In questo caso le tappe che fluiscono intorno al mar Mediterraneo sono il telaio del cerchio che ordiscono il racconto come se fosse un saldo filo di un tombolo o un fresco vinco su un canestro. Con questi propositi l’osservazione è divenuta semplice ricerca dei dettagli e ogni luogo pensato è stato così descritto.


Lo studio e la ricerca storica, per scrivere il libro, sono stati difficili?


Ogni partenza del viaggio dell’Ulivo e la Mezzaluna, è stata sospinta dalla passione per la ricerca storica oltre che dalla meraviglia per ogni scoperta. Il punto di arrivo di ogni sosta ha stimolato il passo successivo con la volontà e l’impegno che avrebbe un libero sognatore; quest’analisi mi ha cullato con facilità fin dall’inizio come farebbe una madre con il figlio.


Perché hai scelto di scrivere un libro in formato digitale?


Perché in un ebook in cui si può scoprire il gusto di una lettura gradevole con la possibilità di riportare i luoghi delle descrizioni ai collegamenti ipertestuali, i cosidetti link, che nel mio racconto guida sono di supporto. Nell’Ulivo e la Mezzaluna si trovano le mappe che indicano i percorsi stradali che aiutano a raggiungere le informazioni sufficienti per conoscere il Salento. In formato digitale lo storyboard per ogni tappa diviene di facile accesso grazie alle enciclopedie e ai satelliti disponibili in rete. Un epub può essere letto su un ebook reader, ma anche su device come smartphone, tablet, personal computer, iphone, ipad e imac. Se il supporto di lettura utilizza anche un browser per navigare su internet è possibile utilizzare i collegamenti ipertestuali, altrimenti rimane comunque un lavoro da leggere con interesse e piacere.


Quali sono i tuoi prossimi progetti editoriali o di altro tipo?


Ho già predisposto la rotta verso il prossimo progetto che se diventasse un’altra esperienza da vivere come un bel sogno, così com’è stato con L’ulivo e la Mezzaluna, mi concederei  di descriverlo alla stessa maniera, con l’identico passionale impegno che merita.


 


 


Mimmo Ciccarese è pugliese, anzi: salentino. Ha collaborato con diversi enti svolgendo attività nel settore della qualità agroalimentare e dell’olio da olive e del vino Negroamaro. Ha pubblicato diversi articoli per pubblicazioni on line e cartacee, locali e nazionali. Nel 2001 ha pubblicato per Anpa “Propagazione per seme di alberi e arbusti della flora mediterranea”; nel 2012 per la Camera di commercio di Bari il volume La potatura e i sistemi di allevamento dell’olivo e dei fruttiferi” e, nel marzo 2014, per Simbiosis Book il racconto guida in formato e-book L’ulivo e la Mezzaluna, un viaggio nel Salento che vede protagonisti i suoi ulivi secolari, la terra, il mare, la Storia e la gente di un luogo magico e affascinante, da sempre considerata la porta che collega l’Oriente e la Cultura araba all’Occidente.



Intervista a Mimmo Ciccarese

venerdì 20 giugno 2014

I monti del Salento

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ph di M. Ciccarese ph di M. Ciccarese


Il Salento è una latitudine distesa tra oriente ed occidente dalla forza dei suoi infiniti orizzonti marini. A volte, quando il cielo è più terso del solito, si affiancano al suo mare, i monti vicini e lontani, come probabili miraggi improvvisi, che rivelano frequenze d’albe e tramonti mozzafiato.


Dal paese delle Aquile, i monti Acrocerauni e da quello ionico, il massiccio del Pollino, s’incrociano qui, sul quarantesimo parallelo Nord, dove un tempo giunsero le antiche colonie cretesi per erigere il tempio dedicato a Minerva nonchè il luogo d’approdo per Enea fondatore di Roma, San Pietro Apostolo e di chissà quanti pirati.


Il Salento ha il fascino di almeno due culture unite in un solo corpo e rivolto in due direzioni opposte; dalle catene montuose, oltre al turbinio delle correnti, giunge l’energia dell’alito caldo del deserto o quello speziato dei balcani, l’anima di una civiltà annessa al mare e alla terra nello stesso istante ad equilibrare i colori di uno straordinario e vivo carattere.


Le lampare dei pescatori rasentano le ombre di queste catene montuose e ci riportano al quotidiano profumo del sale levantino, che sfianca le falesie dei porti dell’Adriatico, tra grotte e uliveti fumosi di foschia, quasi come se volessero inabbissare le reti in una radice comune ancora poco conosciuta.


I Salentini, anche per questo, scoprono troppe figure nel loro genoma, tanti incroci fra popoli che pare amplificassero la loro genesi tutte le volte che le cime albanesi si svestono ai riverberi del sole e proiettano le grandi porte dell’oriente. Sono gli stessi accessi che Otranto sbarrò dopo aver subito l’aggressione ottomana e che riapri poi con le risposte crociate della guerra santa come un rapido battito di ciglia.


Il Salento si può comprendere anche così, elevandosi tra le sue torri di avvistamento, sulle vedette delle difese aragonesi, sui campanili fastosi delle sue cattedrali, sui segreti dei suoi miti con i suoi alti ulivi antropomorfi, un’altra meraviglia del mondo che sopraggiunge inosservata a cui non si può più rinunciare.




I monti del Salento

…c’era una volta…

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SiaMadonna del Caravaggiomo a Napoli verso gli inizi del 1600. La città, quella vera brulica di commercio e di vita, è un ambiente malsano. Il centro è un dedalo di viuzze e strade strette chiuse da alti palazzi dove il sole riesce a malapena a passare.


Gli odori si accavallano e il tufo vesuviano assorbe tutti i vapori e i fumi annerendosi come il basolato. Tutto restituisce un’immagine di una metropoli mediterranea tetra, dove tutto sembra fagocitato dall’enorme massa popolare che infervora le strade. È in questa scena urbana che tra non molto camminerà uno dei geni dell’arte come Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, l’artista che lascerà il segno nella storia dell’arte più di chiunque altro; ed è sempre in questo l’ambiente che nasce e si forma Giovanbattista Basile, bellissima figura poco conosciuta nella letteratura italiana ma che paradossalmente vedrà la sua opera alla base di molti racconti letterari di ben più ampio respiro.


Nato a Napoli nel 1575 da famiglia di artisti e cortigiani divenne lui stesso uomo di corte oltre che di lettere. La sua giovinezza fu segnata dal servizio prestato, come volontario, nelle truppe della Repubblica Veneta, in quel periodo impegnata a fronteggiare il pericolo turco nel Mediterraneo.


Nel 1608 tornò a Napoli dove entrato in contatto con personalità in vista iniziò a frequentare la corte del principe di Stigliano, per tale iniziativa sembra che sia stato coadiuvato dalla sorella, già molto nota negli ambienti cortigiani poiché cantante.


In questi anni inizia la sua opera di letterato ma è con l’amicizia stretta con Giulio Cesare Cortese – suo maestro e compagno d’arte nel parlare napoletano – che riscopre e raffina la sua conoscenza della “lengua napoletana”.


Una volta consolidato il bagaglio linguistico della lingua napoletana, al seguito della sorella nel 1613 si trasferì a Mantova dove compose madrigali in onore dei Gonzaga. Il soggiorno lombardo durò poco tempo perché sempre nello stesso anno, per motivi di salute, fece rientro a Napoli dove si stabilì definitivamente. È qui che inizia la vera storia di Giovanbattista Basile.


Forse ispirato dalla vena artistica o dalla “foja” (vivacità) che alberga in tutti i momenti nei vicoli della città che scrive l’’opera che lo consegnerà definitivamente, in modo silenzioso, alla storia. L’opera sua più importante “lo Cunto de li cunti” fu pubblicata dopo la sua morte, lasciato dal Basile che era poco più di un manoscritto, la prima edizione fu pubblicata con l’aggiunta di un frontespizio sul quale era riportata la denominazione di “Pentamerone” sottotitolato con la didascalia “trattenimento de piccerille”.


L’opera si compone di cinquanta fiabe tutte di origine popolare, raccontante nel corso di cinque giorni (da cui il termine Pentamerone).


Tutti conosciamo e chissà quante volte è capitato di leggere o di raccontare la fiaba di Cenerentola di Charles Perrault ma pochi sanno che la storia era arrivata molto prima per via popolare a Basile, il quale la rielaborò proprio nel “lo Cunto de li cunti” e la trascrissedando il nome alla fiaba di “La gatta cenerentola”.


La storia è quella della ragazza sfortunata – Cenerentola appunto – che dopo tante ingiustizie subite dalla matrigna e dalle sorellastre alla fine grazie alla scarpa (chianella nella storia del Basile) diventerà sposa del principe azzurro. Persino Walt Disney, famoso autore di lungometraggi di cartoni animati, portò sul grande schermo – nel 1950 – la fiaba con il titolo americanizzato di “Cinderella”.


Ma questa non è l’unica fiaba del Basile a varcare i confini mediterranei ed europei.


Esiste sempre nel Pentamerone un’altra favola intitolata “Cagliuso”, che racconta la storia di un gatto saggio che aiuta in tutti i modi, un povero uomo a far fortuna. Questa fiaba diventerà nota dopo nel corso del 1700 con Johann Ludwig Tieck, con il titolo de “il gatto con gli stivali”.


L’opera di Giovanbattista Basile fu stroncata dalla critica letteraria settecentesca italiana, però qualche copia giunta in Francia fu tenuta in grande considerazione tanto da essere reinterpretata dal Perrault come abbiamo visto; fu solo nel 1754 “lo Cunto de li cunti” fu tradotto in italiano facendole però perdere quell’incisività originaria conferitagli dalla lingua napoletana. Un’altra traduzione fu eseguita integralmente nel 1846 da Jacob Grimm.



…c’era una volta…

mercoledì 18 giugno 2014

I numeri e i progetti di Samudaya

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samudaya copertina


Una soddisfazione! Dopo pochi mesi dal suo avvio, Samudaya vola ad oggi oltre le 30.000 letture.


Con 11.000 feed back dall’Italia e oltre 15.000 dagli States, ma anche con altrettanti dalla Cina, dall’Irlanda, dalla Svezia o da Taiwan la piccola barchetta di Samudaya naviga oltre gli oceani e raggiunge con la sua solita eleganza chi apprezza e condivide la nostra cultura mediterranea.la barchetta di samudaya


Quattro lettori ogni sessanta minuti che fanno una media di circa 100 letture giornaliere, possono degustare le notizie che il blog  propone nelle sue rubriche. Con  tali risultati Samudaya si conferma anche come un entusiasmante viaggio, un ponte che unisce spazi e popoli con le immagini, le parole, la musica, l’arte o la letteratura.


Il ritaglio culturale che si è definito alle “Cartoline da una Terra” è sempre più ricco ed desideroso di raggiungere altri utenti oltre che i più affezionati. Il progetto Samudaya migliora perciò la grafica e i colori, interagisce e risponde, commenta e propone, così come il gusto del suo lettore preferito.


Samudaya è il connubio di tante esperienze maturate nel campo dell’agricoltura, della biologia, dell’architettura, della filosofia e del benessere della persona fino a diventare, quasi per magia, una piccola isola, un giardino, una città o un fiore per tutti quelli che lo seguono a cui sentiamo di ringraziare col cuore.


Cogliamo l’occasione per salutare tutti i nostri conterranei che vivono e lavorano all’estero.



I numeri e i progetti di Samudaya

martedì 17 giugno 2014

Puglia, 21 giugno 2014: Masserie sotto le stelle

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Le masserie sotto le stelle (Ph M. Ciccarese) Le masserie sotto le stelle (Ph M. Ciccarese)


Lo sfondo blu notte che apre la rassegna ideata dalla Regione Puglia” Masserie sotto le stelle” quando si raggiunge il suo sito è il leitmotiv della lunga e geniale kermesse di eventi che lo accompagnano.


Quelle che scorrono intorno alla giornata del 21 giugno sono proprio le aziende agricole che hanno aderito all’iniziativa, molte delle quali a carattere didattico con il riconoscimento dalla stessa regione attraverso un iter molto interessante che prevede competenza, professionalità e trasparenza.


Essere fattoria didattica potrebbe essere quasi un disciplinare che rasenta la certificazione, un marchio che caratterizza un certo modo di produrre ecocompatibile e che riconosce i momenti e le attività che si susseguono intorno ai progetti che accompagnano le scuole di ogni ordine, i docenti e le famiglie.


Nel giorno che segna l’evento, la gente si tempra di buoni propositi e si tuffa nel cuore delle più belle masserie pugliesi, non solo per soggiornare e degustare le smisurate offerte proposte dagli organizzatori.


Tra un verso di asinello e di una capretta si potranno degustare le friselle appena sfornate, un ritaglio di ricottina dolce, una pendula di pomodori e nello stesso tempo seguire le proposte dei tanti laboratori culturali.


Niente è così vicino alla tradizione rurale quanto il respiro che si gode in una masseria. Ogni finestrella che si apre al ritmo della giornata contadina ha il sapore del passato, una dimostrazione diretta della mungitura, della tosatura, della raccolta o di un semplice itinerario tra muretti e ulivi secolari.


I programmi delle “Masserie sotto le stelle” saziano i visitatori, si articolano senza tregua fino a notte fonda, quando la luna e le stelle del solstizio raggiungono la quiete del bosco e degli ulivi.


Le aziende aderenti invitano. Samudaya partecipa.



Puglia, 21 giugno 2014: Masserie sotto le stelle