martedì 17 giugno 2014

“L’Ulivo la Mezzaluna” ospite della Rassegna “Periferie Urbane”

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Mimmo Ciccarese LEgge brani del suo libro "L'ulivo e la Mezzaluna. (ph di R. Cirillo) Mimmo Ciccarese durante la lettura di brani del suo libro
“L’ulivo e la Mezzaluna.
(ph di R. Cirillo)


Il 9 giugno alle ore 19, presso la Galleria Maccagnani di Lecce, Mimmo Ciccarese ha presentato il Suo libro l’Ulivo e la Mezzaluna, nello spazio dedicato a “Sguardi di Letteratura” all’interno della manifestazione PERIFERIE URBANE dal BRASILE all’EUROPA: tutte le periferie si somigliano” organizzata da “L’Officina delle Parole” di Lecce.


La Manifestazione, nata da un’idea della giornalista e critico d’arte, nonché direttore editoriale de “L’Officina delle Parole”, Pompea Vergaro  e dell’antropologa e coordinatrice editoriale de “L’Officina delle Parole” Elisabetta Opasich.


La Manifestazione è stata promossa in partnership con il Comune e la Provincia di Lecce, la Regione Puglia, il Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce e in collaborazione con CONFESERCENTI, Le Cave di Verdalia, Associazione Mfe-sez. di Lecce, PM Eventi e Corrieresalentino.it.


La prima edizione “a tema” della Rassegna, ha visto protagonisti, dal 2 al 12 giugno, artisti e scrittori affermati o esordienti, le cui opere sono state rigorosamente selezionate.


Per leggere l’articolo completo e vedere alcune foto della presentazione del libro, clicca sul link sottostante:


“L’Ulivo la Mezzaluna” ospite della Rassegna “Periferie Urbane


Per gentile concessione di Simbiosis Book


 



“L’Ulivo la Mezzaluna” ospite della Rassegna “Periferie Urbane”

lunedì 16 giugno 2014

Il Cardo mariano

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ph M.Ciccarese ph M.Ciccarese


Dall’aspetto non si può dire sia un fiore gentile quello che ritroviamo sotto le torri d’avvistamento accanto al mare, tra i lembi rocciosi, tra i ruderi, lungo le mulattiere, dove ama insinuare le sue radici. Il Cardo mariano, Silybum marianum, è un fiore aspro tutt’altro che cortese al tatto; per alcuni tratti, in fondo, potrebbe apparire molto elegante, come mi fa notare un’amica che li riconosce.


In effetti, l’astro solare dei suoi petali che impone il nome alla sua famiglia non sembra poi tanto ispido e austero, anzi, sembrerebbe più che apprezzato, almeno così cinguettano i loro affezionati amici, uccelli cardellini, che dei loro semi sono ghiotti.


Il fascino che desta l’interesse della pianta risiede proprio tra i suoi acheni, formazioni fruttifere setolose, ricche di flavoni utili per le loro proprietà epurative e lassative.


È nei giorni di San Giovanni che l’estratto del cardo dovrebbe essere più intenso e quando secondo alcuni, i suoi petali posti nell’acqua si ravvivano sotto il bagliore delle loro stelle significa che la passione per la persona amata si rafforza.


Per le antiche leggende, pare che se portati in un sacchetto di iuta o appesi al collo, avrebbero il potere di difendere i viaggiatori dagli spiriti maligni e dalle dentate dei serpenti velenosi.


Sarebbe stato perciò un manto di petali di cardo latteo maculati, quelli che avrebbero nascosto le tracce della Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto per disorientare i segugi dei soldati romani.


Se per la tradizione cristiana il cardo rappresenta la sofferenza per i pugliesi, sarebbe all’opposto la forza che nutre, guarisce e ricaccia il dolore.


 


 


 



Il Cardo mariano

Per Amore, per Diletto e per Bellezza: la Donna nell’immaginario mediterraneo

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venere_botticelliMi ha sempre affascinato la figura della donna. Si dice che dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna, e credo che questa sia una verità alla quale il sesso forte non possa esimersi dal riconoscerlo. Nella storia è spesso la donna a scandire il tempo, perché è nella sua figura che l’immaginario collettivo impersona le legende più belle che vanno dalle fondazioni di città a quelle di spirito tutelare della casa.


La donna nella vita familiare, dimostra tutta la sua funzione oltre alla sua insostituibilità, la sua presenza può essere considerata sublime tanto che anticamente, si credeva che in essa vi fosse qualcosa di divino.


Alcune donne, nei popoli germanici, erano consultate perché ritenute fonti di saggezza e di sapere, però è nel Mediterraneo, che si narrano le storie più belle e affascinanti sulla loro figura: la Sibilla Cumana con la sua attività di oracolo ha predetto il destino di antichi uomini e guidato Enea nell’oltretomba, la sirena Partenope che innamoratasi di un greco (Ulisse?) si lasciò morire nella spiaggia sulla quale sarà fondata la città di Napoli e così si potrebbe continuare all’infinito.


Torniamo alla figura non divinizzata della donna. Nelle terre del sud dell’Italia come in molti paesi mediterranei, la donna era ed è considerata il fulcro centrale; sin da bambine sapevano sbrigare compiti che costituivano l’asse portante delle attività del nucleo famigliare come: impastare la farina per il pane, saper fare i letti, trasportare la legna e attingere l’acqua dal pozzo. Crescendo la sua adolescenza era spesso difficile. Il mutamento fisico e mentale avveniva spesso in ambienti familiarmente duri e culturalmente molto bassi, nei quali, le possibilità di riuscire a scambiare le sensazioni per i cambiamenti legati agli aspetti fisici erano praticamente nulle.


Anche se poco curata, la bellezza nelle donne mediterranee era spesso naturale mai artificiale, non avevano quasi mai bisogno di ricorrere a espedienti estetici per sedurre.


In Sicilia le donne portavano sempre le calze alte e vesti lunghe che le coprivano sino al collo, le maniche ricoprivano tutto il braccio ed eccezionalmente fino al gomito solo nei mesi in cui il caldo era insopportabile.


“Ciò che della donna non si vede rattrista il cuore” recitava un antico adagio, e suscitava scandalo una donna che mostrava qualche centimetro in più di pelle.


La “carne” attirava gli sguardi degli uomini e certe esposizioni – che oggi sono del tutto normali – al tempo, erano ritenute di dubbia moralità e comportavano il rischio di maligne dicerie sulla reputazione della povera malcapitata.


In alcune comunità pugliesi la donna che si ammirava spesso nello specchio era accusata per di frivolezza e poca serietà, perché lo specchio veniva considerato come uno strumento di seduzione.


Spesso però la cura e la bellezza per il proprio corpo prendeva il sopravvento e allora alcune donne – quelle più coraggiose – facevano ricorso alle antiche ricette tramandate da generazioni che prevedevano l’uso di cosmetici naturali; per eliminare il cattivo odore del sudore si usavano estratti di muschio, mentre per profumare i capelli, ricorrevano agli estratti del cardamono e per dargli maggiore lucentezza si applicavano impacchi d’olio d’oliva.


I lunghi capelli sciolti potevano significare avvenenza ma nei tempi antichi, il portare i capelli sciolti era segno di lutto, significava grande malinconia e profonda tristezza dello stato d’animo.


La capigliatura sovente poteva essere vista come “massa tentatrice”, conseguentemente i capelli erano raccolti in una o due trecce, raggruppate dietro la nuca e fermate da ferretti (tale acconciatura prendeva il nome di o’ tupp in Campania, Molise, Basilicata e Puglia settentrionale, lu tuppu in Calabria, Sicilia e Puglia meridionale).


La donna inoltre, per molti secoli è stata vittima di complessi pregiudizi legati alla sua fase mestruale, in tale periodo veniva considerata impura.


L’origine di tale credenza può essere attribuita al periodo della civiltà romana, nella “Storia naturale” di Plinio (Como, 23 – Stabia, 25 agosto 79) è scritto: “il contatto con una donna mestruata trasforma il vino in aceto, uccide le sementi, devasta i giardini, rende opachi gli specchi, fa arrugginire il ferro e il rame, fa morire le api, abortire le cavalle, e così via“.


In alcune comunità, la donna che attraversava tale fase veniva isolata perché considerata “infettata” da quel misterioso flusso al quale gli uomini guardavano spesso con paura.


Tale credenza è ancora presente in alcuni paesi del Magreb.


Alcune di queste superstizioni erano presenti anche nella parte meridionale della Puglia dove alle donne che erano nel ciclo mestruale, era vietato attingere acqua dal pozzo, impastare la farina, confezionare alimenti sott’olio, salare la carne o il formaggio e toccare le piante.


In questo breve excursus, sulla condizione della donna nel mediterraneo, non esce un quadro molto confortante…però se si pensa alla splendida immagine che ha dato la magnifica Ipazia (Alessandria d’Egitto 355/370-415) passata alla storia come la versione femminile di Galileo che fu uccisa da un gruppo di fanatici cristiani, ci si spiega perché l’uomo ancora oggi è ammaliato dalla figura femminile, senza la quale non sarebbe possibile immaginarne la sua esistenza.



Per Amore, per Diletto e per Bellezza: la Donna nell’immaginario mediterraneo

Il Fico e il Fiorone

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Ph M.Ciccarese Ph M.Ciccarese


La ciliegia sta al ciliegio come l’ albicocco all’albicocco. Se dovessimo invece tradurre questa frase in dialetto leccese, suonerebbe così: “la cirasa stae alla cirasa comu la spergia alla spergia”; ci accorgeremmo da subito che le coniugazioni femminili del frutto non sempre coincidono al nome del loro albero che lo origina.


Ad esempio, quando si parla di ciliegia, o “cirasa” del dialetto salentino, oltre al frutto si vuole indicare pure il suo albero. Per l’albero di fico vige simil principio, anche se, con le varianti botaniche in auge ci si potrebbe esprimere e barattare in tantissimi e altri suggestivi termini.


Una miriade di figure e varietà locali, quindi, con cui una lieta cittadina del sud Salento si celebra, in estate, con la trovata della “Festa de le fiche”, dove, chi trova il tempo di soffermarsi sull’argomento, tra i dibattiti scientifici e i proclami accanto ai bar, scoprirà, definitivamente, le differenze tra un fico e un caprifico oppure tra un fiorone e il frutto che lo segue.


Uno stornello salentino ripete ”l’auceddrhu quando pizzica la fica, la ucca soa la sente zzuccarata”! Bastano questi pochi e morbidi fraseggi per rendere l’idea della prospera allegria estiva tra i ficheti e le piazze delle città salentine che invitiamo a visitare.


Te santantoni lu culummu pe testimoni ( proverbio pugliese)


Oggi il salentino stornella intorno al suo frutto preferito, subito dopo il giorno di Sant’Antonio fino al solstizio d’estate,  scegliendo per tutti i migliori fioroni, sapendo molto bene che non si tratta di fichi propriamente detti.


I fioroni, nel Salento meglio conosciuti con il nome di “culummi”, sono quei frutti, o meglio siconi, che si formano quindi dalle gemme dell’autunno precedente. I culummi salentini avrebbero meno fascino rispetto ai fichi, ci sono delle differenze, come la tendenza a cadere a “piombo” e la loro facile deperibilità; è un frutto perciò non proprio adatto a essere conservato che dipende molto dall’impollinazione (lu culummu cate a chiummu e la fica se mmarita).


Il fiorone è piuttosto sensibile e delicato, quindi, da gustare subito quando possibile e prima del puntuale arrivo delle gazze; spesso si attesta purtroppo, come un frutto su cui neppure gli altri uccelli riescono a discernerne il giorno esatto della maturazione a causa della presenza di funghi e insetti che la intralciano.


Forse per questi motivi che il “culummu salentino” è considerato da molti come un soggetto poltrone e svogliato e piuttosto trascurato quando giunge nel periodo in cui le campagne e i mercati esplodono di altri frutti più ricercati.


Chi non discrimina e apprezza il gusto del fiorone, comprende, però le sue virtù e le parifica a quelle degli altri frutti. Chi invece non ha ancora percepito il suo valore dopo l’assaggio provi pure a chiedere alle abilità maturate da Samudaya in questo settore che è sempre disposto a condividerle.


 


 


 


 


 


 


 



Il Fico e il Fiorone

Agricoltura, agricultura

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Ph M.Ciccarese Ph M.Ciccarese


Quante agricolture abbiamo? L’agricoltura sostenibile, integrata, naturale e sociale, organica, biologica e biodinamica, sinergica e rigenerativa; poi abbiamo l’agricoltura urbana, spirituale, verticale e vegana, quella itinerante e quella quantistica.


Quando si tratta di agricolture alternative, spunta sempre un nuovo “ribelle” che idealizza o scopre un rivoluzionario metodo per produrre, lo adotta, lo fa talmente suo che diventa un credo da diffondere, una comunità, una moda o un esempio di lotta alle multinazionali che decidono sulla sovranità alimentare, agli eccessi di burocrazia, ai marchi o alla schiavitù tra i campi.


Allora se queste forme di rinnovamento servono per renderci felici, ben vengano, avremo tante opportunità, strategie e aperture per avere altro cibo, anche se, in molti casi, a rifletterci bene, si riscontra poi con meraviglia che i progenitori contadini le avevano forse già sperimentate con pura semplicità molti secoli prima. Ci sarebbe quindi poco sentore di novità tra le molteplici forme di agricoltura?


Non provate a contraddire questo o quel modo di trapiantare i peperoni, perché ciò diventa spesso una vera e propria filosofia che a volte si arzigogola e si contorce, da difendere a denti stretti. Molto spesso si tratta di agricolture rappezzate provenienti da stralci di culture di terre lontane che non hanno niente a che fare con il nostro habitat mediterraneo, quindi irrazionali; in questi casi occorrerebbe anche un po’ di sana umiltà prima di fracassare i sistemi tradizionali dell’agricoltura dei nostri avi.


Si cercano soluzioni, nuovi alimenti da prodigiose virtù, rovistando tra i semi antichi di grano, varietà autoctone, passate nel dimenticatoio dell’agricoltura intensiva, qualche volta improvvisandosi esperti coltivatori, senza conoscere la fotosintesi, sognando una resa sicura; quella semina esemplare diventa un evento, un’affermazione, da ribadire all’opinione pubblica, un sistema per differenziarsi tra gli altri contadini, affermare la propria r-esistenza rurale con l’unicità della loro orgogliosa scelta.


Chi nasce da una cultura rurale sa molto bene che per produrre occorre pazienza, cura, sacrificio ed impegno. Il vero agricoltore riconosce la possibilità d’insuccesso e silenziosamente, seppur con sofferenza, si rassegna ad una gelata primaverile, solidarizza, si riunisce, si rimbocca le maniche, impugna la falce e riprende da zero il suo lavoro senza mai smarrirsi troppo tra le ciance.

Samudaya è preparata per parlarvi di agricoltura. Fate pure qui le vostre proposte o domande.



Agricoltura, agricultura

giovedì 12 giugno 2014

La bestemmia nel Mediterraneo

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Luca Signorelli: Il Giudizio Universale Luca Signorelli: Il Giudizio Universale


La condizione di avere un mare a poca distanza ha fatto in modo che nell’immaginario collettivo sia per il popolo italiano che per tutti gli altri paesi che si affacciano nel mar Mediterraneo, si creasse un’immagine di trasparenza e solarità.


In parte questo è vero, probabilmente il motivo sta nel fatto che in questo specchio di mare coesistono molte espressioni che accomunano i popoli; le alte scogliere del Mediterraneo proteggono un entroterra ricco di storia che oltre a civiltà ha visto la nascita di religioni che vedono milioni di fedeli al seguito, religioni di ampio respiro quindi come quella cristiana, ortodossa, islamica ed ebrea.


Ciò ha portato inesorabilmente a far diventare il Mediterraneo la culla delle religioni oltre che della cultura.


Il popoli interessati professano con molta serietà e dedizione le regole dettate dalla propria dottrina, digiuni, preghiere e ricorrenze sono stati annunciati per essere rispettati e come in ogni credo e in ogni popolo che si rispetti, si presenta il risvolto della medaglia, in questo caso si indentifica con ciò che sta all’opposto della retta via dettata al credente, trovando espressione nella forma più peccaminosa e irriverente che può essere riassunta in una sola parola: “bestemmia”.


Questa espressione blasfema, così spiccatamente incisiva consiste in una vera e propria imprecazione diretta verso ciò che è ultraterreno.


La cosa incuriosisce; non è facile trovare le soluzioni o le testimonanze che possano darci spiegazione su come e perché si imprechi.


Possiamo provare a rispondere facendo notare che l’uomo ha sempre attribuito – da quando ne ha preso coscienza – grande importanza alla parola intesa proprio come “verbo”, nella funzione più appropriata che ha nel descrivere e indicare tutto ciò che lo circonda, quindi, la parola pronunciata sotto forma di “imprecazione” riesce a restituire un’immagine molto precisa del momento di disagio che si è vissuto e che trova come unica via di sfogo l’offesa nei confronti del sacro.


Nell’antichità le pene per chi cadeva in questo tipo di trasgressione, erano molto severe e a volte prevedevano perfino la condanna a morte per lapidazione.


Ma vediamo brevemente come veniva considerata la bestemmia nella cultura mediterranea.


Gli antichi Greci ritenevano chi bestemmiava come un trasgressore delle leggi della Polis con il risultato minimo dell’emarginazione dalla società; i praticanti ebrei si reputavano molto offesi se udivano delle bestemmie e arrivavano al punto di stracciarsi i vestiti da dosso in presenza di coloro che imprecavano; nel medioevo in Francia si costringeva il bestemmiatore ad immergersi in pozze fangose perché ritenuto immondo e una volta uscito costretto a lavarsi per purificarsi; paradossalmente non sono note le imprecazioni arabe, ma si suppone che ce ne siano e che non siano da meno di quelle dei cristiani.


Come in tutti i comportamenti umani c’è sempre qualcosa o qualcuno che riesce a primeggiare e in questa originale “classifica” – per il mondo occidentale – storicamente questo primato sembra spetti alle imprecazioni turche.


Viene da sé – ed è bene dirlo – che il popolo turco è da considerare alla stessa stregua di quello cristiano e la ragione di questa sua peculiarità è da ricercare negli scontri che spesso le due culture – quella cristiana e quella ottomana – hanno avuto per far prevalere la propria supremazia nel Mediterraneo.


Gli interessi economici erano troppi e importanti e conseguentemente i punti di contatto erano frizioni mai sopite che spesso si trasformavano in scontri bellici; sovente alla nomea di dissacratori si accompagnavano vere e proprie leggende che portavano inesorabilmente a segnare una popolazione, in questo caso quella turca, come un vero pericolo per il mondo cristiano, frasi come: “Mamma li turchi” – oppure imprecazioni irripetibili che hanno portato alla celebre frase:”bestemmiare come un turco”, ne costituiscono un vivido esempio.


Ma per meglio capire i modi della bestemmia nel Mediterraneo, conviene leggere ciò che scrive lo slavista Predrag Matvejević nel saggio “Breviario mediterraneo” (Garzanti, Milano 1991), il quale così ci racconta l’imprecazione dei tempi moderni nel Mediterraneo: “i pescatori sono spesso rappresentati con le facce rugose, come scavate dalla pioggia e dal sole, dal vento e dalle onde, ma si può quasi affermare che non ci mostrano mai le loro mani incallite dal sale e dalle reti, dalle funi e dai remi. I veri pescatori bestemmiano, ma non rubano. Si adirano e litigano (a causa del maltempo, della pesca scarsa, dell’incapacità degli aiutanti), ma non danno addosso l’uno all’altro: non si picchiano come sanno fare talvolta i lavoratori portuali o i semplici contadini. […]


Le bestemmie mediterranee sono diverse da quelle del continente. In certe lingue vengono lanciate e gridate con l’aiuto del verbo copulativo, dell’atto sessuale lascivo con la divinità, i santi o i congiunti: così bestemmiano, ad esempio, i Turchi, i Greci odierni, gli Slavi del sud ed altri ancora. Da altre parti, senza questo verbo ausiliario, gli dèi, i santi e i congiunti di entrambi i sessi vengono messi in relazione con animali come possono essere il cane, il porco (la scrofa), il caprone, l’asino o la cagna. […] Nell’una e nell’altra categoria vengono evidenziati gli organi della procreazione e le loro funzioni, nonché determinati aggettivi, scatologici, coprolalici o per converso sacramentali. La passionalità mediterranea introduce sia nelle più facili bestemmie popolari sia in quelle degne dell’inferno, una parte più o meno grande del corpo, talvolta il corpo intero, indicandolo o offrendolo” […]


Le imprecazioni nel Mediterraneo risultano, alla luce dei fatti, ancora più incisive proprio per la passionalità che caratterizza le sue genti perché il bacino del Mediterraneo non è solo Europa, ma è anche Africa e Asia, dove ogni popolo è un unicum con l’altro e perché citando ancora Matvejević: l’Atlantico o il Pacifico sono i mari delle distanze, il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il mare dell’intimità



La bestemmia nel Mediterraneo

mercoledì 11 giugno 2014

Il Fico e il Fiorone

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ph di M.Ciccarese ph di M.Ciccarese


Le ciliegie stanno ai ciliegi come le albicocche agli albicocchi. Se dovessimo invece tradurre questa frase in dialetto leccese, suonerebbe così “la cirasa stae alla cirasa comu la spergia alla spergia”; ci accorgeremmo da subito che le coniugazioni dei sostantivi maschili e femminili non sempre coincidono al nome della loro pianta.


Ad esempio, quando si parla di ciliegia, o “cirasa” del dialetto salentino, oltre al frutto si vuole indicare pure il suo albero. Per l’albero di fico vige simile principio, anche se, con le varianti botaniche in auge ci si potrebbe esprimere e barattare in tantissimi e altri suggestivi termini.


Una miriade di figure e varietà locali, quindi, con cui una lieta cittadina del sud Salento si celebra, in estate, con la trovata della “Festa de le fiche”, dove, chi trova il tempo di soffermarsi sull’argomento, tra i dibattiti scientifici e i proclami accanto ai bar, scoprirà, definitivamente, le differenze tra un fico e un caprifico oppure tra un fiorone e il frutto che lo segue.


Uno stornello salentino ripete ”l’auceddrhu quando pizzica la fica, la ucca soa la sente zzuccarata”! Bastano questi pochi e morbidi fraseggi per rendere l’idea della prospera allegria estiva tra i ficheti e le piazze delle città salentine che invitiamo a visitare.


Te santantoni lu culummu pe testimoni (proverbio pugliese)


Oggi il salentino stornella intorno al suo frutto preferito del solstizio d’estate, subito dopo il giorno di Sant’Antonio, con la gentilezza che merita, scegliendo per tutti i migliori fioroni, sapendo molto bene che non si tratta di fichi propriamente detti.


I fioroni, nel Salento meglio conosciuti con il nome di “culummi”, sono quei frutti, chiamati siconi, che si formano quindi dalle gemme dell’autunno precedente. I culummi salentini avrebbero meno fascino rispetto ai fichi, ci sono delle differenze, come la tendenza a cadere a piombo e la loro facile deperibilità; è un frutto perciò non proprio adatto a essere conservato che dipende molto dall’impollinazione (lu culummu cate a chiummu e la fica se mmarita).


Il fiorone è piuttosto sensibile e delicato, quindi, da gustare subito quando possibile e prima del puntuale arrivo delle gazze; spesso si attesta purtroppo, come un frutto su cui neppure gli altri uccelli riescono a discernerne il giorno esatto della maturazione a causa della presenza di funghi e insetti che la intralciano.


Forse per questi motivi che il “culummu salentino” è considerato da molti come un soggetto poltrone e svogliato e piuttosto trascurato quando giunge nel periodo in cui le campagne e i mercati esplodono di altri frutti più maturi e ricercati.


Chi non discrimina e apprezza il gusto del fiorone, comprende, però le sue virtù e le parifica a quelle degli altri frutti. Chi invece non ha ancora percepito il suo valore dopo l’assaggio provi pure a chiedere alle abilità maturate da Samudaya in questo settore che è sempre disposto a condividerle.

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Il Fico e il Fiorone